Basi biologiche della trascendenza: Si può davvero “vedere Dio”?

Negli ultimi decenni la scienza sta facendo dei reali e rapidi progressi verso la comprensione della “verità” sull’uomo

e sta scoprendo in modo indubitabile che il dualismo corpo/psiche è estremamente riduttivo e che un organismo che funziona perfettamente non garantisce la felicità.

Numerosi studi scientifici dimostrano che il cervello umano è stato strutturato non solo per soddisfare bisogni primari (appetiti, sonno, sesso, piacere, difesa), ma anche per appagare una intrinseca sete di trascendenza, di ricerca delle cause dei fenomeni e di significato esistenziale. Poiché la scienza ritiene che in natura non vi sia nulla che non sia necessario o evolutivamente favorevole alla sopravvivenza della specie, ci si comincia a chiedere cosa abbia a che fare con la sopravvivenza della specie la trascendenza. Le risposte sono molteplici e interessanti: la trascendenza “compatta” l’individuo intorno a un ‘nucleo di senso’ che orienta in modo costruttivo l’intera esistenza, dando risorse per superare i momenti di sconforto e di crisi; inoltre aiuta a riunire gli individui intorno a un nucleo di valori condivisi e far sentire tutti gli individui solidali e uniti fra loro, riducendo l’aggressività e alimentando la solidarietà.

Lo studio attento dei racconti dei mistici che in ogni epoca e in ogni luogo sostengono di “vedere Dio” e “parlare con Lui” ha convinto un gruppo di neurologi onesti che in questi racconti vengono descritte esperienze “reali”, percepite realmente da chi le vive, simili in tutti coloro che le hanno vissute indipendentemente dalle epoche, dalla cultura di appartenenza e persino dalla religione: induisti, buddisti, taoisti, ebrei, islamici, cristiani raccontano in modo differente delle esperienze sostanzialmente simili. Si potrebbero dare due spiegazioni diverse: o si conclude che esiste davvero la realtà trascendente che viene descritta dai mistici, oppure che il cervello umano, quando raggiunge un determinato stato di trascendenza registra le medesime sensazioni. In definitiva non è possibile, dal punto di vista biologico, determinare se la mente umana “costruisce” Dio oppure “percepisce” Dio; tuttavia sia in un caso che nell’altro si può affermare che il cervello umano è capace di provare beatitudine, estasi, rapimento e senso di comunione con l’Assoluto e con gli altri esseri creati, e che la persona umana può arrivare a sperimentare uno stato emotivo e di consapevolezza che descrive come ‘sentirsi amata da Dio’.

Tutti coloro che raggiungono un elevato stato di rapimento (e questo sembra non poter derivare solo da rituali ben applicati o da sforzo personale) riferiscono inoltre di aver sperimentato un elevato stato di lucidità e consapevolezza interiore, tali da rendere “certi” della realtà ultima delle cose, del senso del cosmo, del senso particolare di ciascuna cosa e della propria esistenza e che questo senso è di ordine, finalità, armonia, bontà e comunione supreme. Chi ha vissuto uno di questi momenti ne serba per sempre un ricordo vividissimo e senza dubbi sulla realtà dell’esperienza vissuta, anche se risulta in tutti i casi difficile o impossibile renderne conto verbalmente con precisione e farne partecipi gli altri perché tale esperienza sembra non appartenere al codice spaziotemporale in cui viviamo, né far contemplare realtà paragonabili con la realtà che ci circonda.

Inoltre generalmente l’esperienza fatta diventa fonte di serenità e forza per tutta la vita.

Sembra che queste esperienze siano una risposta alla predisposizione biologica del cervello a viverle, un’esigenza biologica e non culturale.

Sono stati eseguiti numerosi studi rigorosi che hanno analizzato cosa accade nell’organismo e nel cervello quando si prega profondamente o si medita e cosa accade in un soggetto che sta vivendo uno stato d’estasi e possono essere descritti ormai in dettaglio i circuiti cerebrali che vengono attivati e quelli invece che vengono bloccati durante l’esperienza di trascendenza, così come le variazioni del respiro, della frequenza cardiaca e del metabolismo.

Perciò la risposta alla domanda, dal punto di vista biologico, è affermativa:

  • L’organismo umano è adatto a vivere questa esperienza che fa “vedere Dio”.

trascendenzaTraducendo in termini ordinari il senso di “vedere Dio” si può dire che si tratta di una capacità di ‘leggere’ il senso profondo delle cose che si vivono, di ‘vedere l’anima’ di ciascuna cosa creata, intuirne lo scopo e collocare ogni evento ‘al posto giusto’, ordinando tutto ciò che ci accade, o che vediamo, o di cui veniamo a conoscenza, in un ordine di senso che fa percepire la reale Presenza di Dio come Provvidenza, Amore, Pazienza, Tenerezza, Pietà, Clemenza, Onnipotenza (e questi attributi della divinità non sono propri solo del cristianesimo, ma li troviamo anche nei poemi giudaici, islamici, sufici, induisti).

Questo processo di “vedere Dio”, o di stabilire una relazione conscia con l’Assoluto, non è un processo intellettivo o cognitivo, non vi si accede studiando, immaginando o applicando rigorosi ragionamenti di analisi della realtà. Come gli studi dei neurologi hanno ormai bene spiegato, vi partecipano tutte le aree cerebrali, a partire da quelle che definiamo più primitive (quelle che abbiamo in comune con gli animali), sede delle reazioni emotive e istintive, e solo in un secondo momento vengono coinvolti i centri della razionalità e della giustificazione logica di ciò che si sperimenta.

Il modo migliore per rispondere a questa domanda e al fatto che sia possibile per l’uomo instaurare una relazione conscia con l’Assoluto è la sperimentazione diretta tramite un processo di consapevolezza che tramite un lavoro di analisi interiore e di tecniche, meditative/energetiche, consenta un cambio di stato sia a livello vibrazionale che di coscienza.

Qui si sperimenta il senso profondo di questo studio traendo personalmente la conferma alla risposta che solamente vivendo ciò di cui si parla si permette anche alla mente razionale di trascendere il conosciuto per vivere il trascendente.

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